Per riaprire la grande zona chiusa attorno al luogo del disastro occorrerà più tempo del previsto.
Secondo una nuova ricerca, presentata lunedì durante la riunione annuale dell’American Geophysical Union, il Cesio radioattivo non é scomparso nei tempi ipotizzati. Il tempo di decadimento fisico del Cesio 137 – in pratica il tempo necessario affinchè scompaia la metà del materiale – é calcolato in 30 anni, ma la quantità di Cesio nel suolo vicino a Chernobyl non é diminuita in tale proporzione rispetto al tempo trascorso. E gli scienziati non sanno perchè.
E’ ovvio che a un certo punto il governo ucraino vorrà poter utilizzare ancora quel territorio, ma gli scienziati hanno calcolato che quella che essi stessi definiscono “l’emivita ecologica” del Cesio – il tempo che serve affinchè la metà del Cesio depositatosi scompaia dall’ambiente – si situa tra i 180 e i 320 anni.
“Di norma si sarebbe tenuto conto di ogni trentennio per calcolare un decadimento della metà” dice Tim Jannick, scienziato presso il Savannah River National Laboratory che ha collaborato alla ricerca. “Stiamo invece andando parecchio più in là con le previsioni di ripopolamento dell’area.”
Nel 1986, dopo l’incidente di Chernobyl, sono stati identificati alcuni punti di monitoraggio degli effetti del fallout. Campioni di suolo sono stati raccolti a diverse profondità per valutare la migrazione dei isotopi radioattivi di stronzio, cesio e plutonio nel terreno. Le misurazioni sono state effettuate per più di 20 anni, fornendo così gli elementi per valutare, esempio unico al mondo, le ripercussioni ambientali a lungo termine causate dal peggior incidente nucleare conosciuto.
In un certo qual modo, Chernobyl é più semplice da comprendere rispetto al sito nucleare di Hanford (Usa), che risulta contaminato da attività continue e di lungo termine. Con Chernobyl, sostiene Boris Faybishenko, esperto di bonifica nucleare al Lawrence Berkeley National Laboratory, ci troviamo davanti ad una data precisa in cui situare l’inizio della contaminazione e ad una serie di misurazioni condotte da quel momento sino ad oggi.
“Sono stato coinvolto in attività su Chernobyl per molti anni e questi particolari studi sono di grande importanza per diversi ricercatori”, dice Faybishenko.
I risultati di questi studi si sono rivelati una sorpresa. Gli scienziati prevedevano un’emivita ecologica degli isotopi radioattivi più breve di quella fisica, considerato che su tutti i campioni di suolo la dispersione naturale aveva contribuito a ridurre l’ammontare complessivo di materiale. E così é stato per lo stronzio. Ma per il Cesio sembra invece essere vero il contrario.
Le proprietà fisiche del Cesio non sono cambiate, così gli studiosi ritengono debba esserci una spiegazione ambientale. Potrebbe essere che nuovo cesio, magari presente nei pressi del reattore esploso, si deposita sul terreno trasportato dal vento. O forse il Cesio, che era sceso in profondità, risale dal terreno stesso. Jannik si augura che le ricerche sul campo portino a capire la causa del mancato decadimento. “Siamo davanti a molte possibilità ignote che possono causare questo fenomeno”, dice.
Al di là delle conseguenze sociali dello studio, il lavoro mette in risalto le incertezze che ancora sono legate alla contaminazione radioattiva. Fortunatamente, incidenti a livello di quello di Chernobyl sono rari, ma questo vuole anche dire che c’é scarsità di luoghi dove studiare i reali effetti ambientali della contaminazione radioattiva.
“I dati provenienti da Chernobyl possono essere utilizzati per validare i modelli”, dice Faybishenko. “Questo rimane il massimo che possiamo ottenere”.
Tratto da: “Long-Term Dynamics of Radionuclides Vertical Migration in Soils of the Chernobyl Nuclear Power Plant Exclusion Zone” by Yu.A. Ivanov, V.A. Kashparov, S.E. Levchuk, Yu.V. Khomutinin, M.D. Bondarkov, A.M. Maximenko, E.B. Farfan, G.T. Jannik, and J.C. Marra. AGU 2009 poster session.